L’orale all’esame di Stato

 
 
 
Io credo che un ottimo esempio di quello che potrebbe essere un “documento” da presentare ai ragazzi durante l’orale dell’esame di stato sia questa vignetta di Giannelli pubblicata sul Corriere della Sera nel novembre 2020, quando venne introdotto il sistema dei colori per descrivere il livello di rischio nelle singole regioni e quindi la tipologia di limitazioni. Il sistema venne varato  dal minsitro Speranza (riconoscibile nella caricatura che appare in televisione).
Il colore rosso indicava il massimo livello di allerta, e venne attribuito alla Lombardia. 
Il vecchietto che sta ascoltando il telegiornale vive una dissociazione spazio temporale e crede che la dichiarazione per la quale la “Lombardia è rossa” abbia un significato politico, ossia che la regione è diventata comunista; ed essendo una persona molto anziana ha vissuto presumibilmente la stagione della Resistenza, militando evidentemente nel campo della sinistra, dato che reagisce intonando il canto simbolo di quel periodo (“Bandiera rossa la trionferà“). I due coniugi in primo piano hanno il compito di fornire il momoento di distacco che genere l’effetto comico, assistendo stupiti alla scena. 
Il genio di Gianelli sta nel riassumere più piani (la crisi pandemica, il riferimento alla politica presente, l’ironia verso il passato) in un’unica narrazione insieme visiva e testuale. E’ quasi un rebus, nel senso specifico del gioco enigmistico, che solo chi ha a disposizione un discreto bagaglio di conoscenze può risolvere (si tratta pur sempre di una vignetta apparsa sulla prima pagina del Corriere della Sera, ossia del più importnate quotidiano italiano; il che lascia presumere che il lettore medio dovrebbe capirla).
L’attivazione delle conoscenze a disposizinoe nella propria “enciclopedia” per poter comprendere e commentare un documento come questo  è la “competenza” cui si mira nella logica dell’attuale esame di Stato. Uno studente (ma io direi: un cittadino) capace di capire la vignetta di Gianelli, ossia di ricostruire e poi eventualmente sviluppare, i fili che vi si intrecciano, e poi anche di riderci sopra (o almeno sorridere), è una persona che sicuramente ha un livello di consapevolezza critica sufficiente per affrontare il mondo di oggi, anno Domini 2021: e questo è quello che vogliamo avere come insegnanti, giusto? La vignetta non l’ho preparata io, nè un altro insegnante: non è un insulso e scipito “compito di realtà”, è la realtà stessa, perché è quello che un cittadino italiano di media cultura (ossia uno studente in uscita da una scuola superiore) incontra quando compra il giornale. Ma per affrontare questo compito lì per li (durante l’esame orale o durante una conversazione davanti alla macchinetta del caffè, quando sarà di nuovo possibile farlo) non si può far ricorso alla Rete: anche perché le ricerche di Google-oracolo sono mirate ai singoli contenuti, non alle relazioni tra i contenuti stessi, e quindi possono farti sapere che le parole del vecchietto sono una citazione di una canzone comunista, ma niente di più. L’ironia e la risata non vivono tra gli elettroni di un software. Perché si attivi il meccanismo comunicativo della vignetta è necessario che la coscienza del lettore metta in relazione (coscienza viene da “cum-scire”, “sapere-insieme”) una serie di elementi presenti nel testo ma anche nel con-testo che la attornia (senza sapere della catalogazione delle regioni in base al colore la vignetta risulta incomprensibile). 
Insomma, le competenze si attivano solo quando si hanno a dsposione immediata le conoscenze. La quantità di conoscenze che bisogna avere “alla  mano” è enorme, e richiede un lavoro di anni per raggiungere un livello accettabile.
Qui scatta l’equivoco tragico tra coloro che difendono il sistema didattico basato sulle competenze (presentato surrettizialmente come se fosse una novità metodologica) e quelli che invece si arroccano attorno alla memoria di una didattica giudicata “tradizionale” (e che nelle forme in cui viene presentata dai suoi avversari non è mai esistita). 
Probabilmente il discorso pedagogico è una lunga serie di “scoperte dell’acqua calda”: la riproposizione, con nomi diversi, di pratiche che nella realtà ci sono sempre state. Il mio vecchio professore di latino e greco del ginnasio, nato più o meno nell’anno della riforma Gentile, non avrebbe mai detto che conosce il latino chi sa ripetere a memoria tutti i paradigmi dei verbi irregolari (anche se ce li faceva studiare a memoria, e guai a chi non li sapeva!). Avrebbe detto, senza stare a pensarci su nemmeno un secondo, che sa veramente il latino chi riesce a tradurre Tacito: e per tradurre bene un brano di Tacito bisogna conoscere la storia, la filosofia, la cultura, spesso anche la geografia del mondo latino, e bisogna attivare tutte queste conoscenze e tutte insieme. Insomma, bisogna attivare delle competenze. In realtà un tema o una traduzione, nella scuola “tradizionale”, erano già un evoluto esercizio di competenza, ossia di applicazione delle conoscenze e della abilità a un contesto nuovo e mai visto prima. 
L’enorme equivoco sta nell’aver detto, a un certo punto (e chiedo a chi conosce meglio di me la storia di questo percorso di indicare il punto esatto): lavorare per competenze è una cosa così difficile che basta far vedere un esempio; poi dopo le persone capiranno da sole come applicare queste loro competenze alle situazioni che incontreranno. 
Il risultato di questa azzardata mossa del cavallo nero è che i pedoni che avrebbero dovuto sostenerla hanno interpretato la cosa in modo radicale, col risultato che per mesi e mesi in certe classi si è parlato di un solo argomento, che fosse la Firenze rinascimentale tra il 1401 e il 1420 o il pensiero di Antonio Gramsci dei Quaderni o il trattato di Maastricht; dove il problema è stato che si è parlato solo di quello, lasciando in sospeso tutto il resto o quasi. In questo modo, naturalmente, si è prestato il fianco al facile contrattacco degli altri, sostenuti dall’opinione pubblica, che gridavano allo scandalo e denunciavano l’ignoranza dei nuovi studenti. 
In realtà i due piani, quello delle conoscenze e quello delle competenze (intese come l’applicazione delle conoscenze a contesti nuovi), ci sono sempre stati e si sono sempre integrati. Le conoscenze senza competenze sono cieche, le competenze senza conoscenze sono vuote. Il punto è che le conoscenze necessarie oggi sono sterminate, e si può sperare di raggiungere una minima  “massa critica” (ossia la quantità di informazioni con la quale si possono costruire relazioni interessanti e signiciative ) solo con un lavoro comulativo di anni, che al momento manca. Delegare la raccolta delle informazioni ai motori di ricerca, oggi dovrebbe essere chiaro, è illusorio e pericoloso. In ogni caso, (se posso concludere con episodio di vita vissuta…),  chi vorrebbe andare da un pediatra che, prima di dire cosa ha il bambino, tira fuori un bigino e lo compulsa nervosamente ?

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